La carne sintetica è il futuro? Verso una rivoluzione culturale
Alessandro Circiello, Ciro Vestita, Dario Cecchini, Heinz Beck, Andrea Antonini, Stefano Marzetti, Massimo Viglietti, Alessandro Mori e Fabio Carnevali dicono la loro
Sembra che la pandemia abbia messo a fuoco i problemi del mondo accelerando un dibattito su quanto è davvero essenziale per la nostra sopravvivenza, il cibo, e soprattutto sul più nobile degli alimenti, la carne, la cui produzione intensiva genera troppi danni al pianeta. Non basterà per tutti e soprattutto il modo convenzionale di produrre e di trasformare quanto ci dà la natura condizionerà inesorabilmente la vita della popolazione mondiale in continua crescita. Bisogna cambiare e subito il modo di alimentarsi, fronteggiare e rallentare i processi degenerativi in corso come l’inquinamento, i cambiamenti climatici e le loro conseguenze e garantire non solo la sopravvivenza, ma anche la convivenza solidale di miliardi di persone. La ricerca scientifica fa passi da gigante per offrire alternative e gli scenari che prefigura nei suoi allarmanti rapporti alimentano un dibattito ormai inarrestabile e coinvolgente perché non basta più pensare a un cibo “buono pulito e giusto”.
Se agricoltura e allevamento non basteranno a fornire cibo per tutti, quale sarà la fisionomia di quello del futuro? Insetti, funghi e alghe basteranno a fornire a tutti gli indispensabili nutrienti? Le grandi filiere globali stanno mostrando i loro limiti e gradualmente cresce la consapevolezza nei consumatori che una rivoluzione nel piatto sarà necessaria e che il cambio di passo toccherà inevitabilmente anche le corde della cultura e del gusto.
Se agricoltura e allevamento non basteranno a fornire cibo per tutti, quale sarà la fisionomia di quello del futuro? Insetti, funghi e alghe basteranno a fornire a tutti gli indispensabili nutrienti? Le grandi filiere globali stanno mostrando i loro limiti e gradualmente cresce la consapevolezza nei consumatori che una rivoluzione nel piatto sarà necessaria e che il cambio di passo toccherà inevitabilmente anche le corde della cultura e del gusto.
Carne sotto accusa
Sotto accusa è soprattutto la carne, concentrato di proteine nobili e di sostanze poco riproducibili dal mondo vegetale, ma soprattutto amata in tutte le culture come cibo privilegiato e del benessere. L’eccesso del suo consumo nei Paesi ricchi produce rischi biologici, ma la denutrizione di milioni di persone in quelli ancora in via di sviluppo - impossibile negarlo - deriva proprio anche dalla sua mancanza, dall’impossibilità per tanti di avvicinarsi al banchetto.La carne “pulita” realizzata in laboratorio ci salverà?
Via libera allora a tutto ciò che è vegetale o che viene dal mare, larve e vermi anche se trasformati in farina potranno dare una mano ma il traguardo resta, nel cibo del futuro, quello della carne: “clean meat”, carne pulita, vero e proprio tessuto animale realizzato in laboratorio coltivando in vitro le cellule prese con biopsia indolore dal corpo di un animale, sia esso un pollo, un maiale o una mucca. Ci si lavora per renderne l’aspetto, il sapore, la consistenza e la resa in cottura simili a quelli della vera carne.Tempi necessariamente non brevi e risultati tutti da verificare, ma il processo sembra inarrestabile, con buona pace per chi sospetta che spostare i consumi dal campo al laboratorio potrebbe mascherare un colossale eco-business.
Verso una rivoluzione culturale
Ma come sarà il sistema di produzione, come si struttureranno le filiere di distribuzione, quali saranno i sottoprodotti? Il processo interesserà tutti. Che strade nuove prenderà il gusto, la ricerca della qualità? Sarà possibile in sostanza avere ancora dal cibo una gratificazione oltreché una mera alimentazione? Il processo interesserà tutti gli addetti che lasceranno la tuta e il grembiule per il camice, alcuni, o si trasformeranno in alchimisti, gli altri? Che ne sarà di macellai, norcini e poi ristoratori e dettaglianti? Una rivoluzione culturale.
Alessandro Circiello: Dobbiamo cercare in natura
Ne abbiamo parlato con alcuni interessati e il quadro che emerge è variegato. Ma per tutti o quasi nella natura ci sono già le risposte. Basta cercarle. Ne è convinto Alessandro Circiello, chef e nutrizionista, docente Luiss, membro del Tavolo Tecnico del Ministero della Salute e socio Euro-Toques Italia. «Per il benessere dell’uomo e del pianeta - sostiene - non è necessario creare una carne in laboratorio. La natura ci viene incontro con infinite risorse vegetali e con i legumi, preziosi apportatori di proteine e alla base della dieta mediterranea. Il problema semmai è l’eccesso: si mangia troppa carne e quindi se ne produce sempre di più, inquinando. Tutti dovrebbero invece Iniziare un percorso di cambiamento delle proprie abitudini a tavola per avere cuore il proprio benessere. La carne rossa si dovrebbe consumare solo una volta la settimana e le carni bianche, anch’esse comprese nella piramide alimentare, un po’più spesso. Il mare poi è ancora un buon serbatoio di pesci, che non sono solo spigole e orate ma prezioso pesce azzurro. La chimica non può risolvere i problemi planetari immettendo sul mercato la carne in provetta, a prescindere da problemi come gusto, consistenza e accettazione da parte dei consumatori. E poi c’è il dato culturale: se larve e insetti sono da millenni buon cibo per i popoli asiatici, non lo saranno per gli altri e anche la loro trasformazione in farine non li renderà più appetibili. Il consumatore deve scegliere altro per nutrirsi a basso impatto ambientale. Soprattutto deve ben esaminare ciò che mette in tavola, e prima ancora esaminare le etichette che trova sullo scaffale del supermercato: un hamburger di manzo può contenere coloranti, conservanti e addensanti per renderlo più appetibile: tutte sostanze inutili oltre che dannose. Questo è il vero rischio, condiviso da vegetariani e vegani a cui l’industria ha messo a disposizione infiniti prodotti».Ciro Vestita: La carne in provetta sarà una necessità
Possibilista, ma solo perché rassegnato all’evidenza del disastro ecologico è invece il dietologo e fitoterapeuta Ciro Vestita. «Nel 2050 - dice- le riserve agroalimentari saranno praticamente dimezzate e già adesso nei mari la quantità di pesce si è ridotta grazie a tecniche di pesca distruttive come quella a strascico. I terreni agricoli sono sempre più ambiti e per questo viene devastata la Foresta Amazzonica a favore di coltivazioni di mais e soia. Ma non basterà, ed ecco che gli scienziati prevedono per i prossimi decenni l’uso di alghe e di insetti che compariranno sulle nostre tavole in svariati modi. Un’idea che non piacerà a nessuno. Detto questo, ben vengano quindi queste nuove tecniche per produrre carne: sfameremo il mondo, salveremo l’ambiente e soprattutto non creeremo sofferenza agli animali».Dario Cecchini: Non chiamiamola carne!
Un no deciso alla carne in provetta viene da Dario Cecchini, macellaio di Panzano in Chianti e re della Fiorentina, uno dei superesperti che fu chiamato in Israele per una consulenza sulla bistecca frutto della famosa stampante a tre dimensioni. «Il mio mantra - dice- è stato sempre amleticamente ‘beef or not to beef’, nel senso che pur essendo profondamente carnivoro ho un grandissimo rispetto per chi fa scelte diverse. Non a caso nei miei ristoranti i menu vegetariano e vegano hanno lo stesso rilievo: noi veniamo dal Rinascimento e la libertà di pensiero è la parte fondante della nostra comunità. Anche se la scienza riuscirà alla fine a dare a questa nuova materia un sapore accettabile, l’equivoco è chiamarla carne. Sarebbe una truffa chiamarla così per venderla meglio. Nella storia dell’uomo è sempre stata abbinata agli animali. Capisco che in futuro bisognerà fare qualcosa, ma intanto cominciamo a usare tutto dell’animale, dalla testa alla coda, non c’è solo il filetto. Se l’Artusi tra le prime ricette metteva il brodo, allora considerato una medicina, credo che passare da questo al filetto al pepe verde sia stata un’involuzione del pensiero. Tutto è buono dell’animale se è stato ben allevato in spazi liberi e con una morte onesta. Dobbiamo avere più responsabilità verso le uccisioni e verso la sostenibilità, ritornare alla celebrazione del sacrificio: la morte dell’animale che nutre la nostra vita».
Heinz Beck: Non posso esprimermi su questo prodotto
E in cucina la clean meat potrebbe essere accettata? Pensiamo subito al tristellato chef degli chef, Heinz Beck, che sarà protagonista a novembre a Dubai della 12ª edizione dell’Italian Cuisine World Summit, tra i primi profeti della sostenibilità in cucina e impegnato a sostenere concetti e pratiche innovative in agricoltura. Sul tema carne in vitro ha preferito non esprimersi «avendo soltanto avuto modo di leggere informazioni in merito, ma non avendo assaggiato in prima persona questo tipo di prodotto e soprattutto non lavorando in questa direzione».Andrea Antonini: Traumatico per il consumatore
Diffidenza è stata espressa da alcuni cuochi di Roma, stellati ma anche titolari di oneste trattorie custodi di tradizioni. Andrea Antonini del ristorante Imàgo dell’Hotel Hassler a Trinità dei Monti è assolutamente contrario alla carne di laboratorio, anche se la ricerca col tempo la perfezionerà. «Non credo al ricorso della tecnologia - sostiene- per sfamare il pianeta e limitare l’inquinamento. La carne, tutte le carni, bovina, suina o avicola, fanno parte della cultura del nostro Paese, sarebbe traumatico per il consumatore sostituirla con un surrogato di laboratorio. Non sarebbe accettata. Tanto meno potrebbe essere elaborata da uno chef con la dedizione e lo spirito giusto. Se la carne (vera) diventerà un bene prezioso e raro saranno disponibili tanti altri doni della natura. Già i vegetariani ne sono convinti sostenitori e io stesso non la rimpiangerei. Nella mia cucina all’Hassler entrano molte verdure e i miei piatti sono molto apprezzati anche dai non vegetariani. Questa nuova materia non entrerà mai nella mia cucina».Stefano Marzetti: Non sarà la carne in vitro a salvare il pianeta
Simile l’atteggiamento di Stefano Marzetti, un altro famoso stellato Mirabelle dell’Hotel Splendid Royal. «Nella mia cucina - dice - la sostenibilità è un concetto presente da tempo. Rispettiamo la natura anche limitando lo spreco e promuovendo le buone pratiche come le cotture in fasce orario diverse per il consumo energetico. È vero che il pianeta esige un cambiamento di rotta ma non sarà la carne in vitro a salvarlo con la pretesa di nutrire la popolazione mondiale. La nostra cultura non la accetterà, come è stato dimostrato dagli Ogm o da altri cibi di laboratorio modificati come uova o latte: la nostra cucina è basata proprio sulla genuinità e la naturalità della materia. Altre prospettive? Riguardano un futuro lontano».


